E' stata dura. No che dico. E' stata durissima.
Me l'aspettavo, ma non credevo di crollare così... e nonostante tutto però, non sono deluso da me stesso, anzi.
Alle 9 meno dieci arrivo in clinica. Teso, inutile dirlo e ancora più inutile tentare di descrivere quanto.
Per tutto il tragitto da casa alla clinica mi sono chiuso in un silenzio totale. Alicia, che è venuta con me, ha rispettato il mio silenzio facendomi però sentire la sua presenza tenendomi sempre e costantemente la mano.
Il dottor Z. compare puntualissimo alle 9. Sorride vedendo che Alicia è venuta con me.
"Buongiorno, che dice, cominciamo?" mi dice affabile.
Annuisco, sempre chiuso nel mio silenzio. Le mascelle mi fanno male da quanto le sto stringendo per la tensione e mentre seguo il dottor Z. verso il suo studio sento il cuore battere sempre più forte e le gambe tremare.
Mi rendo conto di non avere neanche salutato Alicia, mi sono alzato come un automa dalla poltrona e ho seguito il dottore, come se lei non esistesse più.
Entriamo nel suo studio, è la prima volta che lo vedo. Quando mi chiamarono sabato mattina per parlarmi ci incontrammo in un'altra stanza, molto cupa, molto buia, angosciante direi quasi.
Invece il suo studio è luminoso. Le mensole sono bianche o in vetro, nessun armadio, la scrivania è in cristallo e ci sono due poltrone beige.
"Prego" dice indicandomene una.
Mi siedo, lui fa altrettanto. Accavalla le gambe, incrocia le mani e mi guarda sorridendo.
"Sono contento che sia qui" esordisce.
"Lei non tanto, vero?" continua.
"Vero." Rispondo. Che fatica parlare dopo tutto quel silenzio. Mi sembra di avere appena fatto una discesa con lo snowboard a -15 e di avere la faccia congelata e non riuscire a parlare. Solo che mancano lo snowboard, la neve, l'adrenalina ed il divertimento. C'è solo il gelo.
"Posso sapere il motivo?" mi chiede.
Una domanda banalissima, alla quale potevo semplicemente rispondere "Non c'è nessun motivo" troncando la conversazione e costringendolo così a farmi un'altra domanda per smuovermi, ma alla quale invece mi sono attaccato per liberarmi della paura.
Consapevolmente.
E ho iniziato a parlare. Per due ore. Due ore alla fine delle quali mi sono sentito così svuotato e sollevato e triste per me stesso che i singhiozzi hanno iniziato a scuotermi.
E' durato cinque minuti questo temporale, poi mi sono calmato.
"Ci vediamo la prossima settimana?" mi chiede il dottor Z. alzandosi e sorridendomi.
"Ok..." è l'unica cosa che riesco a dirgli.
"Se riesce si faccia una bella dormita nel pomeriggio, le farà bene. Oggi abbiamo fatto molto più di quanto mi aspettassi e ha riaperto ferite molto profonde. Non faccia l'eroe e prenda pure un po' di Lexotan se ne sente il bisogno, senza paura."
Me l'aspettavo, ma non credevo di crollare così... e nonostante tutto però, non sono deluso da me stesso, anzi.
Alle 9 meno dieci arrivo in clinica. Teso, inutile dirlo e ancora più inutile tentare di descrivere quanto.
Per tutto il tragitto da casa alla clinica mi sono chiuso in un silenzio totale. Alicia, che è venuta con me, ha rispettato il mio silenzio facendomi però sentire la sua presenza tenendomi sempre e costantemente la mano.
Il dottor Z. compare puntualissimo alle 9. Sorride vedendo che Alicia è venuta con me.
"Buongiorno, che dice, cominciamo?" mi dice affabile.
Annuisco, sempre chiuso nel mio silenzio. Le mascelle mi fanno male da quanto le sto stringendo per la tensione e mentre seguo il dottor Z. verso il suo studio sento il cuore battere sempre più forte e le gambe tremare.
Mi rendo conto di non avere neanche salutato Alicia, mi sono alzato come un automa dalla poltrona e ho seguito il dottore, come se lei non esistesse più.
Entriamo nel suo studio, è la prima volta che lo vedo. Quando mi chiamarono sabato mattina per parlarmi ci incontrammo in un'altra stanza, molto cupa, molto buia, angosciante direi quasi.
Invece il suo studio è luminoso. Le mensole sono bianche o in vetro, nessun armadio, la scrivania è in cristallo e ci sono due poltrone beige.
"Prego" dice indicandomene una.
Mi siedo, lui fa altrettanto. Accavalla le gambe, incrocia le mani e mi guarda sorridendo.
"Sono contento che sia qui" esordisce.
"Lei non tanto, vero?" continua.
"Vero." Rispondo. Che fatica parlare dopo tutto quel silenzio. Mi sembra di avere appena fatto una discesa con lo snowboard a -15 e di avere la faccia congelata e non riuscire a parlare. Solo che mancano lo snowboard, la neve, l'adrenalina ed il divertimento. C'è solo il gelo.
"Posso sapere il motivo?" mi chiede.
Una domanda banalissima, alla quale potevo semplicemente rispondere "Non c'è nessun motivo" troncando la conversazione e costringendolo così a farmi un'altra domanda per smuovermi, ma alla quale invece mi sono attaccato per liberarmi della paura.
Consapevolmente.
E ho iniziato a parlare. Per due ore. Due ore alla fine delle quali mi sono sentito così svuotato e sollevato e triste per me stesso che i singhiozzi hanno iniziato a scuotermi.
E' durato cinque minuti questo temporale, poi mi sono calmato.
"Ci vediamo la prossima settimana?" mi chiede il dottor Z. alzandosi e sorridendomi.
"Ok..." è l'unica cosa che riesco a dirgli.
"Se riesce si faccia una bella dormita nel pomeriggio, le farà bene. Oggi abbiamo fatto molto più di quanto mi aspettassi e ha riaperto ferite molto profonde. Non faccia l'eroe e prenda pure un po' di Lexotan se ne sente il bisogno, senza paura."














